Kim Novak Venezia 82

Kim Novak, due vite da Leonessa

La donna che visse due volte alla terza disse, grazie, ma non ne posso più. La celebrità, gli autografi, la bellezza che diventa tormento, le pressioni, fosse anche solo la tinta biondo platino da rifare ogni mese. Un’altra, sicuramente, un milione di altre donne, ma non lei.

Kim Novak, 92 anni, riceve il Leone d’Oro alla Carriera e subito si accorge che il passato non passa mai e infatti l’ha seguita fin lì, nella Sala Grande del Palazzo del Cinema, dove la platea l’accoglie con tre standing ovation, 15 minuti di applausi, qualche signora con le lacrime agli occhi, la tenerezza di tutti nel vederla camminare un po’ incerta, ora al braccio di Bruno, ora a quello di Lorenzo.

Kim Novak sul palco della Sala Grande riceve il Leone d’Oro alla carriera

L’attrice che visse una breve vita a Hollywood e una seconda molto più lunga, tutta privata, in un ranch dell’Oregon, porta alla 82. Mostra del Cinema l’incarnazione della fierezza, del coraggio di aver rifiutato un mondo che l’avrebbe divorata blandendola; e dunque il riconoscimento della Biennale – consegnato dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, con laudatio del regista Guillermo del Toro – è sia per la diva che per il suo contrario.

I ricordi dell’attrice, le sue riflessioni, la fine che sente prossima, la paura di andarsene, gli spezzoni dei suoi film più celebri compongono il documentario Kim Novak’s Vertigo di Alexandre Philippe come un diario intimo, sicuramente liberatorio. Mancano solo il Leone, che era già in volo, e questo momento di gioia incontenibile perché essere ricordati pur avendo fatto il possibile per essere dimenticati vale doppio.

Kim Novak con il regista Alexandre Philippe

La sua carriera fu una continua contrattazione tra quello che chiedeva la produzione e ciò che voleva lei. Kim Novak dovette abbandonare il suo vero nome di battesimo – Marilyn – per evidenti ragioni di concorrenza, fu messa a dieta, cambiò la postura.

Nel film anche il tailleur grigio (ancora conservato in una scatola) usato sul set di La donna che visse due volte, giudicato il migliore film di sempre, con cui il regista Alfred Hitchcock la consegnò a un’immortalità indesiderata.

L’attrice si salvò dal peso di se stessa con la pittura, amica fedele che preferì di gran lunga ai colleghi Frank Sinatra, Tyrone Power, James Stewart, Jack Lemmon, Kirk Douglas, ai registi Billy Wilder, Otto Preminger, George Sidney, alle locandine di film quali Baciami stupido, L’uomo dal braccio d’oro, Quando muore una stella, Una strega in paradiso, Venere in pigiama.

Il “pensiero terribile di diventare la numero uno al botteghino” è stata la sua ossessione, lei che si sentiva “una stella nella galassia sbagliata“, in una Hollywood che “era più di quanto potessi sopportare”.

L’attrice non veniva in Italia dal 1957, quando s’innamorò del playboy Mario Bandini e la storia andò come andò. Anche per questo ritorno sicuramente faticoso, mille volte Leonessa.

  1. Mía sempre Manoli, non sai il piacere di leggere ogni giorno i tuoi articoli sulla Mostra, interessanti, “amenos” e con quel punto piccante e divertente che sai fare solo tu. Detto questo, t’informo che sono arrivata oggi a Marco Polo e con mia grande sorpresa non ho visto né fotografi né giornalisti ad aspettarmi::)))

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