Una famiglia che diventa azienda, l’azienda che resta famiglia, dal 1889 a oggi, senza che sia andato perduto nemmeno un filo.
Il tempo vola anche da Rubelli che arriva alla quinta generazione (con la sesta già all’orizzonte) dopo il passaggio di consegne nei giorni scorsi da parte di Alessandro Favaretto Rubelli, 94 anni, alla guida dal 1955, ai figli Nicolò e Andrea, già da tempo operativi e ora nuovi amministratori delegati.
Famosa nel mondo per i lampassi, le sete, i broccatelli, i damaschi, Rubelli ha arredato palazzi, teatri, castelli, alberghi di lusso, ristoranti, navi da crociera fino a Buckingham Palace.
E’ partner di riferimento per brand quali Tiffany e Bvlgari; ha fornito stoffe per i costumi delle serie Tv Il Trono di Spade, Bridgerton, The Gentlemen, White Lotus; ha realizzato la mozzetta in tessuto Lenora per Papa Leone XIV.

e Nicolò Favaretto Rubelli
La tessitura è a Como, la direzione creativa è stata affidata due anni fa allo studio di design Formafantasma, il cuore resta saldo a Ca’ Pisani Rubelli, a San Samuele, dimora della famiglia dalla metà del XIX secolo, sede dello showroom e dell’archivio storico che custodisce circa 7.000 pezzi dal Quattrocento a oggi, lì dove tutto era iniziato.
Come spiega Nicolò Favaretto Rubelli, oggi la tessitura è presente in circa 90 Paesi nel mondo, conta 200 dipendenti, con un fatturato per il 2024 di 35 milioni di euro.
La vostra è innanzitutto una storia di famiglia.
«Le radici di Rubelli affondano nel Seicento. Mio padre, avvocato, fu costretto a occuparsi dell’azienda perché rischiava di scomparire. Quando eravamo ragazzi ci ha lasciati liberi di seguire il nostro percorso. Andrea ed io siamo ingegneri, ma al momento di scegliere cosa fare abbiamo compreso il privilegio di poter lavorare in questo settore e siamo rimasti».
Cosa è stato determinante per arrivare a quasi 140 anni di attività?
«La passione, che non è mai venuta meno, per un prodotto che è molto vicino all’arte, pieno di fascino, legato a Venezia».
Nel nuovo consiglio di amministrazione siedono anche suo fratello Lorenzo e suo cognato, Marco Frizziero, marito di Matilde. Andate sempre d’accordo?
«Ognuno ha il proprio ruolo e naturalmente ci sono punti di vista differenti. In questo senso, la presenza di Marco è molto importante, perché è bravissimo a fare da mediatore».

Avete mai ricevuto proposte per cedere il marchio?
«In passato c’è stato l’interesse di terzi, per entrare o acquisire, ma ha prevalso l’impegno. Portare avanti l’azienda di famiglia per noi è una missione. E’ impossibile non innamorarsi di questi tessuti che sono gioielli».
Lo sono davvero?
«Sicuramente lo sono stati. Nel Quattrocento e nel Cinquecento, certe stoffe valevano quanto un palazzo».
E oggi?
«L’oro vero è usato solo per progetti eccezionali. Oggi produciamo filati con effetto oro».
Chi sono i vostri clienti?
«L’Italia è il primo mercato. Privati, alberghi, ristoranti, navi, brand del lusso come Tiffany, di cui abbiamo arredato le boutique nel mondo. Per la mostra di Tiffany a Tokyo abbiamo creato un enorme arazzo con la storia del marchio in 27 pannelli».
I più esigenti?
«I giapponesi sono i più rigorosi. Controllano i tessuti con la lente d’ingrandimento. Come si dice, i diamanti più grandi vanno negli Stati Uniti, quelli perfetti in Giappone».
Gli Emirati Arabi?
«Siamo presenti a Dubai dal 1995 dove abbiamo sempre lavorato molto bene. La prima moglie dell’emiro è la nostra cliente ideale perché, oltre ad avere molte case e undici figli, in ogni stanza vuole strati su strati di tessuti su misura. Stoffe a parete, tende, sopratende, veli. Ci stiamo occupando ormai da anni anche di una sua residenza nel Regno Unito».

Altri progetti?
«Abbiamo appena prodotto i velluti per il Teatro della Cometa di Maria Grazia Chiuri a Roma, oltre a Casa Buccellati a Milano. Ogni anno arrediamo qualche sala del Quirinale».
E in laguna?
«Abbiamo lavorato con Edgardo Osorio, fondatore di Aquazzura, che ha preso il piano nobile di Ca’ Corner Spinelli, per molti anni sede del nostro showroom. Poi stiamo collaborando con i grandi alberghi che riapriranno o saranno inaugurati quest’anno come il Danieli, Airelles Venezia alla Giudecca, Orient Express a Palazzo Donà Giovannelli, il Belmond Hotel Cipriani insieme all’architetto e designer Peter Marino – che è un genio – con cui collaboriamo dal 2019 quando firmò la prima capsule collection “Peter Marino for Venetian Heritage”».
In che senso è “un genio”?
«Nel senso che Peter Marino riesce sempre a vedere il progetto nel suo insieme grazie a un talento unico. Per questo Bernard Arnault lo stima molto. Ora ha realizzato per noi la terza collezione, che si chiama Rococo, in seta, lino e filo metallico, la cui trama è l’elaborazione dei frammenti di due disegni di Giandomenico Tiepolo».

Qual è il vostro tessuto più prezioso?
«Il soprarizzo, un velluto in seta realizzato a mano su un telaio originale del Settecento».
Chi lo fa?
«Lorita, una nostra artigiana che da 20 anni si dedica esclusivamente a questo prodotto. Del resto, non potrebbe farlo nessun altro, perché sullo stesso telaio non può mai intervenire più di una persona. Il tessuto, infatti, prende la mano di chi lo esegue. Parliamo di 20-25 centimetri al giorno».
Quanto costa?
«Fino a 5.000 euro al metro».
L’Intelligenza Artificiale è entrata da Rubelli?
«Ci stiamo lavorando per capire se e in cosa ci può aiutare, magari per studi di progettazione o per fare ricerca».


