Rivive il Teatro Verde, all’Isola di San Giorgio, con le sue sedute in pietra rosa di Verona, le siepi di ligustro, il palcoscenico sotto il livello del mare, i cipressi dritti verso il cielo come in un quadro di Magritte.
Unico nel suo genere, sul filo della laguna, l’anfiteatro della Fondazione Giorgio Cini ritorna primattore in una sera di inizio estate, davanti a oltre mille veneziani (e non) felicissimi di ritornare in questo luogo molto amato e a lungo perduto.

Dopo oltre dodici anni di chiusura, dopo il restauro durato quattro anni e finanziato dalla maison Cartier, il teatro si riprende la scena in occasione della Biennale Teatro diretta da Willem Dafoe.
Tra gli ultimi artisti a esibirsi, il 28 luglio 2013, fu Patty Smith, che all’isola dedicò alcuni versi.
Ora è il concerto-spettacolo Cries (replica mercoledì 10 giugno) con le musiche originali di Alexandros Drakos Ktistakis – protagonista con il suo ensemble insieme alle voci del baritono Georgios Iatrou e dell’attore e regista Christos Stergioglou – a restituire l’incanto di quello che Katharine Hepburn definì il più bel teatro del mondo.

L’opera del compositore greco dà voce alla sofferenza umana, a tutti coloro che hanno vissuto la schiavitù, lo sradicamento e la migrazione nel corso dei secoli ispirandosi alla poesia e al teatro antico e moderno.
Con questa memoria collettiva, struggente, riapre al pubblico il teatro voluto da Vittorio Cini, inaugurato nel 1954 e presto insidiato da quella stessa natura che l’aveva reso irripetibile, quasi un’architettura anfibia, un po’ terra, un po’ acqua.
Negli anni, la laguna aveva sommerso ripetutamente la fossa dell’orchestra, i 12 camerini, i locali tecnici, i ripostigli che si trovano sotto il palcoscenico a meno 82 centimetri rispetto al medio mare. Il resto l’hanno fatto le radici degli alberi e le piante infestanti, che erano penetrate nel marmo.

Costruito su un terreno di riporto frutto dell’allargamento dell’isola, progettato dall’architetto Luigi Vietti che si ispirò ai teatri di verzura, l’anfiteatro si chiuse quindi nelle pieghe della propria fragilità, svuotato di attori e musica, scivolando nel ricordo di com’era e cos’era stato.
Dopo il primo intervento del 2021-2022, concentrato sulle sedute in collaborazione con l’Università Internazionale dell’Arte, è stata la volta del palco del teatro.
Realizzati in trachite e pietra d’Istria a disegni geometrici esagonali, i 1.400 metri quadrati del palcoscenico sono stati smontati pezzo dopo pezzo, numerati, ripuliti, spazzolati, restaurati.

La natura, questa volta benevola, ha fatto crescere le 1.500 piante di ligustro utilizzato per creare le spalliere delle sedute e i 350 metri lineari di siepi che delimitano i gradoni della cavea.
Mai così verde, mai così bello, il teatro è oggi al sicuro anche grazie alla sua completa digitalizzazione 3D, già presente nel video d’arte digitale La Maschera del Tempo, opera di Mattia Casalegno insieme a Martux_m.


