Dal mio cuore al tuo cuore, anche se è di marmo e pesa 250 chilogrammi. L’artista Lorenzo Quinn ritorna in laguna con un catalogo vivente di cuori che battono, palpitano, escono dalla gabbia toracica dei tempi bui per lanciare un messaggio di pace, fiducia, condivisione.

Piccoli, medi, extra large; in alluminio, resina, bronzo, acciaio, marmo; tutti sorretti da mani amorevoli, compongono la mostra I Give You My Heart, inaugurata negli spazi della Galleria Contini in calle Larga XXII Marzo (fino al 22 novembre) saggiamente a delirio biennalesco concluso.

Nove mesi per riunire la collezione delle opere, nuova tappa di un percorso iniziato a Forte dei Marmi e proseguito a Cortina d’Ampezzo, che sembra un invito a volersi (più) bene.
L’amore torna e ritorna nel lavoro dello scultore italo-americano, figlio dell’attore Anthony Quinn e dalla costumista lolanda Addolori, da sempre legatissimo a Venezia, già presente alla Biennale del 2011 con l’installazione This is Not a Game contro l’uso irresponsabile del potere politico e militare.

La cura, l’aiuto reciproco, l’attenzione hanno portato Quinn a confrontarsi con opere monumentali di arte pubblica, come Support, nel 2017, due gigantesche mani di bambino a sorreggere Ca’ Sagredo, in Canal Grande.
Nel 2019, durante la 58. Biennale, è stata la volta di Building Bridges: sei coppie di mani in resina alte 15 metri e larghe 20 alzate verso il cielo per chiedere amicizia, fede, aiuto, amore, speranza e saggezza.

Non tutti i desideri per il bene dell’umanità saranno stati esauditi, ma almeno la speranza è intatta. Nel 2022 ecco venire al mondo nel giardino di Palazzo Corner della Ca’ Granda, dopo un parto inimmaginabile, Baby 3.0, un neonato gigante alto sette metri e largo nove, costruito in rete d’acciaio inossidabile e fusione in alluminio.

Ancora rinascita e futuro nel 2024 con Anime di Venezia – Souls of Venice nell’androne di Ca’ Rezzonico: quindici figure in rete metallica che evocano alcune delle anime più emblematiche della storia veneziana.
Con il cuore non si scherza. Né matto da legare, né infranto, né a pezzi, ma offerto come un regalo e custodito come un tesoro.


